lunedì 9 marzo 2015

La Repubblica dei Matti



Ancora una volta mi ritrovo a parlare di libri e di "Legge Basaglia", un argomento che fin dalla mia tesi in Psicologia Clinica mi ha sempre coinvolto e che ancora continua ad emozionarmi
E' con l'augurio che ognuno di voi riesca a portare avanti le proprie rivoluzioni che vi presento:  
"La Repubblica dei Matti"
Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961- 1978
 JohnFoot (Ed. Feltrinelli)

Come si legge sul sito dell'omonima casa editrice: 


Questa storia dimostra che un piccolo gruppo di persone può davvero cambiare il mondo. Quando Franco Basaglia e Antonio Slavich cominciarono a demolire il manicomio di Gorizia dall’interno, nei primi anni sessanta, nessuno se ne accorse. Ma alla fine di quel decennio la gente accorreva a Gorizia per vedere come si rovescia un’‘istituzione totale’. Questo libro racconta la storia di quella ‘rivoluzione’”.

Di seguito troverete la mia sbobinatura della puntata radiofonica Fahrenheit (Rai Radio3) del 20/02/2015 dove si parla di: Basaglia e antipsichiatria,'68  prima del '68, processo Miklus, documentario "I giardini di Abele",  libri "Istituzione negata” e “Morire di classe”, manicomio di Perugia, l’uscita di Marco Cavallo.  
Chi vorrà approfondire troverà anche alcuni interessanti link nel testo. 
Trattandosi di linguaggio parlato, non troverete frasi perfette ma come diceva Marilyn Monroe "L'imperfezione è bellezza, la pazzia è genialità".  
 

Franco Basaglia
Conduttrice:
Possiamo partire da una fotografia, ed in effetti l’ospite di Fahrenheit nel suo libro lo fa. E’ uno scatto del 1965,  ci sono delle persone vicine, sembra quasi una squadretta di calcio, al centro c’è lui: c’è Franco Basaglia. E' Franco Basaglia, non soltanto quella che è stata poi la sua opera, ma come è arrivato alle sue teorie e alle sue pratiche e come si sono concretizzate, al centro di "La Repubblica dei Matti. Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961- 1978”.  Il libro esce per Feltrinelli, l’autore è: John Foot. John Foot è docente di “Storia Contemporanea Italiana”, ha insegnato presso il Dipartimento d’Italiano dell’University College di Londra ed insegna ora all’Università di Bristol. John Foot, perché ha deciso di raccontare questa storia? 


Foot:
Nel 2008 ero a Trieste e stavo lavorando a tutt’altro. Lì c’erano grandi festeggiamenti per il trentennale della “Legge Basaglia”. Sono andato a vedere il film “San Clemente” di Depardon che è un film sconvolgente sul manicomio. A quel punto ho pensato: “Ci sarebbe da fare una ricerca ed un libro su quest’esperienza”. E sei anni dopo ecco: siamo qui con il libro. E’ stato un lavoro molto lungo di raccolta e di scrittura.


Conduttrice:
Il lavoro di John Foot è una delle opere più complete e che meglio fa capire come può nascere quella che ancor oggi viene definita “l’utopia di Basaglia”. Parte davvero dall’inizio, dal quel primo incontro, del 1961, quando per la prima volta Franco Basaglia arriva nell’ospedale psichiatrico di Gorizia, lo vede e lo descrive poi in un brano molto famoso. Allora Basaglia era uno studente di medicina e ricorda di aver trovato nell’ospedale di Gorizia la stessa sensazione, lo stesso aspetto, lo stesso odore terribile di quando fu incarcerato perché lottava contro il fascismo. E’ così?

Foot:
Si, lui dice subito no all’Istituzione. Quando arriva una delle prime cose che deve fare è firmare l’ordine di routine che è tenere la gente chiusa e legata a letto. Lui si rifiuta di firmare questo ordine, questo è già il primo no, nel Novembre del 961, è una delle prime cose che fa. Quindi lui ha quasi un rifiuto fisico dell’Istituzione, sente la nausea. Questo è vero per tante persone in quegli anni. Questo suo rifiuto viene un po’ dal suo antifascismo, un po’ dalla sua esperienza in carcere, ma anche dal fatto che ormai siamo in un’Italia democratica.

Conduttrice:
Come era quel luogo nel 1961?

Foot:
Questo libro mi ha fatto veramente venire gli incubi per il materiale che ho letto. Ho letto di elettroshock, di gente legata, di suicidi … Era un luogo chiuso. Era un luogo dove la gente spariva nel nulla, dove diventava mezze persone. Le terapie erano poche. In teoria era un ospedale ma in realtà centomila persone in Italia nel 1961 erano lì, come chiusi fuori dalla società. Era un posto molto difficile, duro, sconvolgente. Un posto dove la vita era una specie di routine.

Conduttrice:
Lei ad esempio riporta le parole di Andrea, uno dei pazienti di Gorizia prima dell’arrivo di Basaglia: "Prima quelli che erano qui pregavano di morire, quando moriva uno qui una volta suonava la campana, adesso non usa più. Quando suonava la campana tutti dicevano: 'Oddio, magari fossi morto io, che sono tanto stanco di fare questa vita qui dentro'. Quanti di loro sono morti che potevano essere vivi o sani, ed invece avviliti non avevano nessuna via d’uscita, non volevano più mangiare. Gli buttavano giù il mangiare per il naso con la gomma ma non c’era niente da fare perché si trovavano chiusi qui dentro e non avevano speranza di uscire>.
Ecco prima di quel momento che cosa trapelava all’esterno della vita nei manicomi?

Foot:
Abbastanza poco. I manicomi erano quasi sempre costruiti in periferia. Inoltre erano quasi autosufficienti, erano come delle città dove c’era tutto: la chiesa, la cucina … Poi con Basaglia, con i politici degli anni sessanta, con i giornalisti, con la fotografia, cominciano ad uscire delle notizie su questo posto molto strano. Era un posto dove la gente non aveva commesso nessun crimine ma era comunque chiusa dentro, spesso per sempre e a volte per poco tempo,  senza la possibilità né di uscire né di guarire. Nel 1961 pochissimi, quasi nessuno, parlava di manicomio. Con il 1968 tutto cambiò molto.

Conduttrice:
Lei nella “Repubblica dei matti” ci fornisce anche gli strumenti per capire come e in quale contesto nasce la pratica di Basaglia. La psichiatria radicale degli anni sessanta e settanta si concentra su un termine a cui lei dedica un capitolo: antipsichiatria. Come nasce e come si afferma l’antipsichiatria?  

Foot:
Antipsichiatria è un termine molto difficile. Spesso si dice che con l’antipsichiatria si va a negare l’esistenza della malattia mentale. Nel libro ho dovuto fare un capitolo per sfatare questo termine che già a dirlo ora in Italia vengono dei brividi. In realtà l’antipsichiatria è un grande movimento che va contro quello che c’era prima, contro le istituzioni. Si è sviluppata in Inghilterra, in Francia, in Germania, in Italia e fino al Brasile. Questo termine ora è un po’ screditato ma allora, alla fine degli anni sessanta e settanta, era un termine che coglieva qualcosa del rifiuto della psichiatria vecchia, dei metodi vecchi, delle istituzioni. Lo stesso Basaglia diceva: “Noi siamo dentro ma lottiamo contro”. In lui ci sono sempre queste contraddizioni: “Noi abbiamo il potere ma vogliamo liberarci di questo potere chiudendo queste istituzioni”.


Conduttrice:
A proposito di istituzioni e di potere c’era anche la messa sotto accusa di quello che poteva avvenire all’interno delle famiglie. Si cominciava anche a riflettere su come la malattia mentale spessissimo nasceva proprio nella dinamica di potere familiare.

Foot:
Nel mondo della psichiatria degli anni sessanta c’era un grande fermento per quel che riguarda l’origine della malattia mentale. Questa è una delle contraddizioni della chiusura delle istituzioni: uscendo dal manicomio dove potevano andare le persone? Se tornavano in famiglia le persone rientravano nel luogo che in teoria aveva creato il problema. Si, la famiglia viene messa sotto accusa in quegli anni. Leggendo ora il libro “La morte della famiglia” di David Cooper sembra di ritrovarsi in tutt’altra epoca ma in quel momento questo volume era molto diffuso e tutti lo leggevano.

Conduttrice:
Del resto non si può capire il lavoro di Basaglia se non si ragiona sul contesto come lei, uno storico, ha fatto. Cioè cercare di capire come nasce il suo pensiero. Noi l’abbiamo lasciato là Basaglia, sulla soglia dell’ospedale di Gorizia, disgustato da quello che ha visto. Quali sono i suoi primi passi? Che cosa comincia a fare in quei suoi primi anni a Gorizia?


Franca Ongaro
Foot:
All’inizio è molto isolato. Lui con la moglie Franca Ongaro, una figura spesso trascurata ma importantissima, si muovono piano. Non sanno esattamente che cosa vogliono fare. La prima cosa che fa è costruire un’equipe, a squadra di psichiatri e di psicologi che sono intorno a lui. Cerca di convincere gli infermieri di passare dalla sua parte. Cerca di aprire i reparti. Si lavora con molta cautela non sapendo quali saranno le conseguenze del suo lavoro:  liberare i pazienti, buttare giù i muri, facendoli buttare giù dagli stessi pazienti. Ciò non era mai successo da nessuna parte. Lui dice spesso: “Io non sapevo che cosa stessi facendo però andavo avanti”.

Conduttrice:
Le fonti su cui lei ha lavorato vengo proprio da materiali interni di quell’equipe?

Foot:
Questo è stato un grande problema perché l’archivio di Gorizia è stato distrutto. Spesso ho lavorato sulle testimonianze dei protagonisti. Sono dovuto stare molto attento perché i protagonisti non sono sempre le persone più obiettive su quello che è successo. Io ho dovuto mettere al confronto varie versioni cercando di arrivare ad una versione condivisa. Ho messo insieme racconti dei pazienti, racconti dei psichiatri, articoli di giornale, fotografie, filmati. Poco materiale da archivio.

Conduttrice:
Dal 1961 al 1969 sono una dozzina i goriziani che lavorano con Basaglia: Franca Ongaro, Giovanni Jervis e sua moglie, Agostino Pirella… E’ un lavoro durissimo perché quell’equipe deve essere sempre presente per poter garantire una prassi diversa da quella che era stata realizzata fino ad allora. 
Agostino Pirella e Franco Basaglia (Arezzo 1975)
Foot:
Si in realtà questa è una piccola rivoluzione: Basaglia e la sua equipe stanno dentro l’ospedale, stanno con i pazienti. Prima ciò non succedeva. Era un lavoro totalizzante. Chi vi ha partecipato racconta di aver trascurato tutta la propria vita privata, persino le proprie famiglie. I turni erano di 23 o 24 ore. Si dedicavano completamente ai pazienti, all’ospedale e allo studio di quello che stava succedendo.

Conduttrice:
C’era anche la necessità di azzerare tutto quello che era stato fatto fino a quel momento, anche visivamente. In uno dei capitoli scritti da John Foot c’è proprio il resoconto di come i manicomi avessero lo stesso aspetto dei campi di concentramento.


Foot:
Si. Un libro importantissimo per Basaglia è stato “Se questo è un uomo” e quando vede i manicomi vede anche quello. Usa questo slogan “Manicomio uguale a lager”. E’ chiaro che ciò è un po’ una forzatura perché  i manicomi non erano campi di morte ma campi di contenzione. Però l’uso di questo termine in quegli anni ha un grande potere. Nel suo lavoro Basaglia usa spesso il linguaggio di Primo Levi.

Conduttrice:
Basaglia ha un modello di riferimento in Scozia, ovvero?

Foot:
Basaglia, sua moglie e la sua equipe andarono Dingleton, vicino ad Edimburgo, per vedere un modello di Comunità Terapeutica. Qui l’ospedale è aperto, si fa assemblea. Loro cercano di riprodurre questo modello a Gorizia. Lo fanno però in modo molto più radicale. Il fine delle Comunità scozzesi non era quello di chiudere l’ospedale ma di fare un ospedale buono, mentre Basaglia non vuole fare una gabbia d’oro ma vuole chiudere e distruggere queste istituzioni. Riuscirà a farlo.


Conduttrice:
Uno dei passaggi più importanti per l’esperimento di Basaglia fu l’assemblea generale. Che cosa era l’assemblea generale e quali conseguenze ebbe? John Foot infatti racconta anche che c’è una prefigurazione precisa di quello che sarebbe stato poi il ’68 proprio in questo esperimento.

Foot:
L’assemblea è aperta a tutti nell’ospedale, si tiene cinque giorni a settimana dal 1965 in poi, è gestita dai pazienti, ci sono votazioni, si scrive il resoconto dell’incontro, partecipano i medici ma non hanno il camice bianco (ma questo è un altro discorso dei basagliani e degli psichiatri radicali). Nell’assemblea si parla di tutto: di cibo, di birra, di lavoro; non si parla di cose di altissimo livello e si parla anche di malattia mentale. Questo è  un rovesciamento: un  posto dove non c’era democrazia diventa un posto iperdemocratico. Questo è il ’68 prima del ’68.

Conduttrice:
Proprio nel 1968 l’esperimento di Gorizia, che era comunque già noto negli ambienti psichiatrici o almeno lo stava diventando, diventa famoso grazie al libro “L’istituzione negata” pubblicato da Einaudi nel mese di Marzo. John Foot scrive che questo libro divenne la bibbia di una generazione. Cosa c’era in questo libro e perché divenne così famoso?

Foot:
E’ il libro giusto al momento giusto. Nel Marzo del 1968 arriva questo libro con questo titolo molto suggestivo. E’ un libro molto collettivo: non è solo di Basaglia ma è di tutta l’equipe, dei pazienti, dei giornalisti. E’ un libro costruito come un specchio del ’68, qui parlano tutti, ci sono dibattiti aperti. Fu un libro importantissimo, forse più comprato che letto. In realtà dentro il libro c’è una grande critica a Gorizia ma il libro viene letto come se Gorizia fosse un modello, ciò non è esattamente quello che stava dicendo l’equipe.
Trieste 1977, 3° Réseau Internazionale di Alternativa alla Psichiatria - Parco di San Giovanni - David Cooper davanti al Reparto C
Conduttrice:
“L’istituzione negata” non è un testo teorico, anzi è tutt’altro.

Foot:
Infatti vi parlano pazienti, per esempio una paziente, Carla Anadini, che è stata a Auschwitz. Ci sono tante voci in questo libro. Non è un libro dogmatico, ma è un libro pieno di voci anche contrastanti fra di loro. Importantissimo in questo libro è il lavoro di Giulio Bollati che diventa grande amico di Basaglia e di sua moglie. Lui mette insieme i pezzi di questo libro con un grandissimo lavoro di editor, vecchio stile.

Conduttrice:
C’era un timore, un rischio di cui l’equipe era decisamente consapevole: la possibile violenza di qualcuno dei presenti nella comunità di Gorizia. L’incidente era il grande timore e un incidente avviene, quando?

Foot:
Nel Settembre del 1968 proprio nel momento di fama di Gorizia, un paziente, Alberto Miklus, esce per vedere la moglie e la famiglia e nello stesso giorno uccide la moglie. E’ un caso molto clamoroso, è sulla pagina di tutti i giornali ma è anche un momento di svolta per Gorizia, per Basaglia e per tanti altri. E’ un momento scioccante per la comunità. E’ un momento importante perché tutti i rischi prima immaginati ora vengono al nodo. 


Conduttrice:
E molte sono le accuse che vengono rivolte a Basaglia, anche dagli organi d’informazione.

Foot:
Si. Basaglia e Antonio Slavich, che lavorò con lui per quasi tutto il tempo a Gorizia, vengono accusati di omicidio colposo. C’è un processo clamoroso di Slavich che verrà scagionato ma solo dopo tre anni. E’ quindi un caso dove la città di Gorizia si rivolge contro questa esperienza. E’ l’inizio della fine per Gorizia ma non per il movimento in sé. L’accusa che viene sempre fatta contro la Legge Basaglia è quella di mettere in pericolo le persone. C’era anche però chi lo difendeva. Quando Basaglia viene incriminato arrivano lettere di solidarietà da tutto il mondo. C’è anche un movimento che lo difende da queste accuse.

Conduttrice:
Non solo. Ci sarà anche un documentario televisivo di SergioZavoli intitolato “I giardini di Abele”, girato proprio nel 1968 e trasmesso il 3 Gennaio 1969 su Rai 1 in prima serata dopo il telegiornale. Quel documentario sarà importantissimo non solo per quello che avviene a Gorizia ma anche per quello che succederà in molte città italiane. E così?

Foot:
Si. Io credo che non si possa sopravvalutare l’importanza di questo documentario. Undicimilioni di audience per un documentario su Gorizia, dove parla Basaglia e dove parlano i pazienti, è una cosa straordinaria. Tutti parlano senza avere la faccia nascosta ma direttamente alla telecamera. Questo è il momento in cui Basaglia entra nelle case degli Italiani. Quindi Zavoli fa un lavoro molto bello e celebre, ma anche di pubblicità per il movimento  che vale oro. Il libro “L’istituzione negata” vende settantamila copie, ma undicimilioni di Italiani vedo “I giardini di Abele”. Questo è un momento di svolta secondo me.

Conduttrice:
C’era anche un altro libro importante che si chiama: “Morire di classe”.

Foot:
Questo libro pubblicato nel 1969 è molto collegato al documentario “I giardini di Abele”. E’ un libro di fotografia e di denuncia delle istituzioni molto scioccante, bello, fatto con un design rivoluzionario. Ha un impatto qualche volta sopravvalutato ma che comunque vive negli anni con fotografie di Carla Cerati e Gianni Gardin. E’ un libro molto originale anche nel formato con un design radicale che entra nella politica. 
Dettaglio foto di Carla Cerati - Dal libro "Morire di Classe"

Conduttrice:
Anna di Arezzo ci scrive: “Non dimenticate le esperienze illuminate prima di Basaglia, come Arezzo negli anni ’40 e ’50”. Tutte quelle che furono esperienze circoscritte cominciano dalla fine degli anni sessanta a disseminarsi in tutta Italia. Lei cita Perugia come esempio perfetto.

Foot:
A Perugia ci fu un processo che spesso è dimenticato dalla storia. A Perugia è successo tutto quello che accadde a Gorizia solo che non ci fu un libro come “L’istituzione negata”. Ci fu un bel documentario ma non come quello di Zavoli. Perugia non ha saputo pubblicizzarsi. L’esperienza di Perugia è però straordinaria e molto importante anche per Gorizia come appoggio. Io volevo restituire la centralità di questa esperienza. E’ molto importante il ruolo dei politici in questi anni. Ci sono questi politici che vedono il manicomio, rifiutano di gestire questo sistema e aiutano gli psichiatri come Basaglia, come Carlo Manuali a Perugia, per cambiarlo. Quindi i politici, tipo Mario Tommasini e Ilvano Rasimelli,  sono importantissimi perché loro hanno il potere di cambiare il sistema.


Conduttrice:
Marco Cavallo esce
Noi facciamo un lungo salto avanti. Siamo negli anni della chiusura del manicomio,  gli anni dell’uscita di Marco Cavallo questa scultura colorata di azzurro e tutto il manicomio che va fuori. Ci avviciniamo all’approvazione della legge 180 e lei, John Foot si ferma con l’approvazione della legge. E’ un libro importante e complesso, anche se con una scrittura immediatamente accessibile a chiunque che ci spiega con esattezza in quale clima è maturato il sogno e poi l’azione di Basaglia. Nelle ultime pagine lei conclude: “Oggi gli ex manicomi svolgono le funzioni più disparate, sono quasi tutti aperti al pubblico”. Che cosa accade di quella legge? Lei sta ragionando su questo? Di una legge che appunto decreta la fine di un’epoca e molti dei nostri messaggi ci chiedono del dopo.

Foot:
E’ anche giusto. Io all’inizio volevo fare tutto. Volevo fare un libro che andasse dall’inizio ad oggi ma subito mi sono reso conto che era impossibile. Io ho tantissimo materiale e voglio andare avanti a raccontare; perché la legge Basaglia non chiude niente, dice solo che non si possono più costruire i manicomi, dice di chiuderli ma ci vorranno altri venti anni per chiuderli. E’ questa è un’altra battaglia portata avanti non da Basaglia stesso, lui muore nel 1980, ma dalla moglie e da tanti altri di un grande movimento. Questa è una storia importantissima, molto complicata, controversa, di lotte politiche locali ma è una storia da raccontare assolutamente. Questa storia va avanti tutt’ora.

Conduttrice
:
Lei lo farà?

Foot: Si.

Conduttrice:
John Foot ha scritto “La repubblica dei matti. Franco Basaglia la psichiatria radicale in Italia. 1961-1978” per Feltrinelli. Grazie per essere stato con noi.



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